A marzo il generale USA Thomas Weldhauser, capo dell’African Command, ha accusato la Russia, davanti alla commissione del Senato per le forze armate, di voler influenzare e condizionare l’esito della crisi libica, paragonando tali tentativi alla modalità d’azione utilizzata in Siria.

È stata registrata una forte presenza russa in Egitto e in Libia: in particolare sono state avvistate navi presso il porto egiziano di Sidi Barrani, droni, velivoli cargo e Spetsnaz nell’area di Marsa Matruh, ed in Libia la presenza di contractor russi della RGB Group con l’ufficiale scopo dello sminamento e della bonifica da ordigni (tecnica già utilizzata da Mosca nel 2014 in Ucraina, ossia l’impiego di privati in aree di particolare interesse).

Sembra dunque che la Russia stia dando atto agli accordi militari firmati con Gheddafi nel 2008 – i quali prevedevano l’addestramento delle truppe libiche e la fornitura di risorse militari – a beneficio del generale Haftar. In questa direzione si sono pronunciati prima il Presidente del Parlamento di Tobruk, il quale ha manifestato la volontà di dare atto ai suddetti accordi, poi la Direttrice dell’ufficio stampa del Ministero degli Affari Esteri russo Maria Zakharova, che ha menzionato la possibilità di fornitura e addestramento all’esercito Nazionale libico.

Un secondo accordo che preoccupa gli stati europei e l’Italia è un accordo economico concluso il mese scorso il quale prevede la collaborazione della Rosneft (controllata per il 50% dallo Stato russo) e della compagnia petrolifera nazionale libica (NOC) ad intensificare gli investimenti per potenziare l’estrazione di greggio e ammodernare gli impianti.

Il generale Haftar, in un’intervista al Corriere della Sera (2 gennaio), ha dichiarato di avere a disposizione oltre 50.000 uomini e di controllare l’80% del territorio libico, e ha sferrato un duro colpo all’Italia accusandola di stare dal lato sbagliato.

Al-Serraj

Ad oggi, il generale controlla l’intera Cirenaica, ha completato la liberazione di Bengasi, ha riconquistato i terminal petroliferi di Sidra e di Ras Lanuf e minaccia di conquistare Misurata e Tripoli. La sera del 19 marzo la base navale di Abu Sittah, dove Al Serraj era blindato dato il suo precario controllo su Tripoli, è stata attaccata dalla fazione islamista di Khalifa Gwell, capo del destituito Governo di Salvezza di Tripoli appoggiato da un parlamento che si rifiuta di riconoscere l’esecutivo designato dall’ONU e dai Fratelli Musulmani, sui quali Turchia e Qatar hanno grande influenza.

Al-Sarraj si trova dunque spiazzato senza il controllo della Tripolitania, soggetta alle continue sommosse islamiste, ed è appoggiato solamente dalle truppe di Misurata (prossimo probabile bersaglio del generale Haftar). Il GNA si ritroverà, forse e a breve, anche senza sponsor esterni europei e occidentali, i quali continuando a sostenere Al-Serraj non riescono a riservarsi quelle sfere di influenza e di controllo nel territorio libico che si aspettavano. D’altro canto il nemico Haftar è sostenuto fortemente dalla Russia, dall’Egitto e dall’Algeria, e ora si ritrova in una posizione di dominio su buona parte della Libia e sui terminal petroliferi.

Tre schieramenti sono destinate a scontrarsi – e già lo stanno facendo – in Libia: Turchia, Qatar e Arabia Saudita a sostegno dell’Islam; la Russia, sostenuta dal mondo arabo panarabista laico (Egitto e Algeria); USA e UE, che nonostante le loro ambiguità necessitano di mantenere saldi i confini NATO e tenerli lontani da ulteriori potenziali minacce.

Il ministro italiano degli Affari Esteri Angelino Alfano ha avuto modo di far emergere più volte con precisione quale sia il ruolo e la modalità d’azione del contingente italiano a Misurata e della posizione dell’Italia in Libia. Un ruolo che oggi, appunto, trascende e deve trascendere le fazioni belligeranti, ossia quello di apprestare aiuti umanitari. Secondo Alfano è di fondamentale importanza estendere gli aiuti italiani e le operazioni umanitarie (Operazione Ippocrate) su tutto il suolo libico.

Michelangelo Di Castro