Nuove tensioni politiche nei Balcani, che furono teatro di una guerra fratricida a metà degli anni ’90, tra i popoli dell’ex Jugoslavia di Tito. Croazia e Serbia, i principali “players” di questa regione, nel corso del tempo hanno proseguito la loro rivalità secolare cercando alleanze strategiche antitetiche e ostacolandosi vicendevolmente nelle rispettive sfere d’influenza geopolitica. A cambiare le carte in tavola c’è stata la vittoria del “Partito Progressista Serbo” nel Marzo del 2014, e la nomina di Aleksandar Vucic come nuovo primo ministro della Serbia. Il giovane e rampante Vucic si è reso protagonista di una decisa svolta filo-europeista nella linea politica serba, accantonando per il momento pretese nazional-revansciste e soprattutto il rapporto con la Russia di Putin, da sempre interessata a giocare un ruolo fondamentale nella zona balcanica. Dal canto suo la Croazia, membro della Nato e dell’Unione Europea, si è opposta più volte ai negoziati portati avanti da Vucic per l’ingresso della Serbia nell’U.E.

La politica moderata e accorta del leader serbo, che si è palesata anche nella scelta di non avviare trattative ufficiali per l’entrata nella Nato, rischia di essere messa in pericolo dal referendum, che ha avuto luogo pochi giorni fa nella Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Scontato sin dall’inizio l’esito del referendum, che ha visto la minoranza serba riconfermare la “Festa nazionale e dell’entità statale” in programma ogni anno il 9 Gennaio. Malgrado le pronunce di incostituzionalità da parte della Corte costituzionale di Sarajevo, il referendum è stato un autentico trionfo per il Presidente e leader carismatico della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina Milorad Dodik. Vladimir Putin ha esultato per l’esito della consultazione popolare, appoggiando l’iniziativa del nazionalista Dodik e definendolo come un diritto del popolo serbo. Vucic ha immediatamente sconfessato la visione e la spregiudicatezza politica di Dodik, che potrebbe far collassare il già precario equilibrio di uno stato come quello della Bosnia-Erzegovina, creatosi dopo gli accordi di Dayton del 1995. Con tale accordo vennero riconosciute a livello internazionale due entità ben definite: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina a maggioranza musulmana e croata, e la già citata Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina.

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Il risultato del referendum ci consegna scenari poco rassicuranti sulla delicata e fragile convivenza delle due principali etnie del paese, infatti le repliche da Sarajevo sono state piuttosto forti e certamente poco diplomatiche. L’ex leader militare Sefer Halilovic si è pronunciato in maniera drastica: “Se necessario con una nostra reazione militare vinceremmo contro Dodik in 10-15 giorni”. Dodik, senza batter ciglio, ha risposto: “Siamo pronti a difenderci”. Vucic cerca di vestire i panni del moderatore, ma con scarsi risultati al momento. L’Unione Europea resta ancora alla finestra, ma nei Balcani la sottile linea rossa tra la pace e la discordia potrebbe drammaticamente sgretolarsi, gettando nuovamente nello scompiglio il “giardino di casa” dell’Occidente.

Gian Marco Sperelli