Grexit, Brexit, Nexit. Un exit collettivo sembra devastare l’European Dream. Un effetto domino, inatteso?! Sperato?! O forse inizialmente sottovalutato? La Brexit è però solo l’ultima spina che si è conficcata nel fianco dell’UE, che, assieme alle precedenti (chiusura dello Schengen, iniziale rischio Grexit, affermazione dei partiti anti-Ue, complessa governance economico e bancaria), ha pian piano portato al logoramento dell’identità di una già fragile Europa.

Il famoso disegno degli “Stati Uniti d’Europa” che Churchill decantava, nel suo discorso del 1946 all’Università di Zurigo, come soluzione per un’Europa libera, felice e sicura, forse non ha mai avuto la sempre agognata realizzazione completa. È evidente che sono troppi gli scenari venuti a delinearsi nell’Europa di questi anni, eventi che meritano una grande attenzione e consapevolezza. Non è stato quindi un caso che il secondo appuntamento del ciclo di incontri sul “Mondo che sarà”, organizzato dalla Fondazione De Gasperi, abbia posto l’attenzione su una domanda quanto mai appropriata: “L’Europa è ancora il nostro futuro?”.

Enzo Moavero Milanesi, giudice di primo grado presso la Corte di giustizia dell’Unione europea in Lussemburgo e collaboratore della Commissione europea in qualità di Direttore Generale del Bureau of European Policy Advisors, già Ministro per gli Affari Europei nel governo Monti e Letta, è stato il relatore dell’incontro.

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La “generazione europea”, quella dell’Erasmus, dell’Euro, delle frontiere aperte e del commercio europeo, è probabilmente l’unico spiraglio di salvezza per un’Europa che stenta a restare unita ed in piedi. Già Francia e Paesi Bassi, rifiutando il Trattato Costituzionale, hanno spezzato in partenza l’ambizione di dare all’Europa un assetto più compiuto. La ragione non è cosi diversa da quella che oggi spinge altri paesi alla frattura per il remain o il leave dall’Europa.

I meteoriti che permettono il vacillamento continuo europeo sono diversi. La globalizzazione è uno di questi, e con essa la conseguente necessità, per gli europei, di confrontarsi con nuovi popoli.

La crisi economica e finanziaria e l’immigrazione che ci ha colti impreparati (sia da un punto di vista economico che morale), hanno contribuito al declino europeo, insieme al terrorismo e le guerre. È evidente che se l’Europa non è in grado di affrontare questi  grandi problemi, gli incessanti dubbi di molti Paesi membri difficilmente si placheranno.

Quando la domanda dell’exit viene da un Paese che si può definire già in parte fuori dall’Europa, è un grande segno di un incessante declino, soprattutto in un momento così precario per questa istituzione. Allora, sarà meglio far prevalere la “pancia” che spinge verso l’uscita, o la “testa” che tende ad una stabilizzazione europea?

È evidente che non è più tempo per un ibrido europeo, che si divide tra federalismo e non federalismo, perché non soddisfa più i tempi attuali. Per cui, in una visione futura dell’Europa, in una sua prossima ricostruzione, se si dovesse ripartire da un nucleo di virtuosi coesi ed economicamente simili, viene da chiedersi se si debba riparte dalla zona dell’Euro.

Il sogno europeo, basato sul federalismo, sarebbe in grado di realizzarsi? Attraverso questa analisi attenta e limata in ogni suo piccolo dettaglio, l’incontro è stato condotto verso l’unica domanda che ogni italiano dovrebbe porsi in questa fase di un’Europa in ginocchio: “L’Italia, che fine farebbe? Sarebbe compresa in questo nucleo di virtuosi?”; “la nostra Italia, che rappresenta il secondo paese con il debito pubblico più alto al mondo, con una crescita limitata da vent’anni, che non sfrutta i fondi europei, davvero farebbe parte del grande progetto di rinascita?”; e ancora, “Che disegni resteranno della geopolitica attuale?”